La controversa storia di Mark Zuckerberg, fondatore e primo programmatore di Facebook, vede alcune situazioni ambigue sulle quali non è mai stata fatta totalmente chiarezza. Sta di fatto che l’idea originale del sito venne rivendicata dai gemelli Tyler e Cameron Winklevoss, il cofondatore e primo investitore Eduardo Saverin fu prima diffamato come aguzzino di una gallina e poi fatto fuori dalla società. Per non parlare del famigerato Sean Parker, fondatore di Napster prima e azionista di Facebook poi, che fu pure lui fatto fuori dalle gerarchie aziendali a seguito di una soffiata che lo screditò. A tal proposito, ho fatto vedere ai miei studenti The Social Network, film del 2010 di David Fincher che racconta degli inizi di Facebook e che vi consiglio di guardare. C’è la storia di una startup di successo, che è un messaggio positivo, ma anche la disillusione di una vetrina spietata, quella di Internet, che non lascia scampo se utilizzata nel modo sbagliato. Concludendo il preambolo, vorrei fare alcune considerazioni sul Social per antonomasia.

thefacebook.com
Dal 2004 – il sito appena lanciato si chiamava The Facebook ed era fruibile solo dagli studenti di alcuni esclusivi atenei americani – ne è passata di acqua sotto i ponti. A breve dalle MAN universitarie Facebook venne messo su Internet, la rete pubblica. Questo 2020, tra le tante sciagure :-), vede un’importante modifica all’algoritmo che ordina i post che pubblichiamo su FB, oltre alla nuova interfaccia e alle macrosezioni (pagine, video, mercatino, gruppi). Ogni contenuto che postiamo viene analizzato da un algoritmo matematico che decide se e a chi farlo vedere, di fatto è una vera e propria selezione commerciale che ci dà l’illusione di essere liberi di esprimere e condividere contenuti, che avere tanti like sia positivo (in realtà lo è solo se vogliamo vendere qualcosa) e se abbiamo moltissimi amici o seguaci si stima che solo al 5% vedrà il nostro post in bacheca, a meno che… ma andiamo con ordine.

La fondazione.
FB nasce nel 2004, come già detto, ma soltanto nel 2006 prende forma il concetto di flusso di notizie. Il social non è altro che un virtualizzatore della vita sociale universitaria, ovvero un sito di incontri. Niente boomers, niente politica, niente propositi di salvare qualcuno o qualcosa. Niente di tutto ciò. Pubblico giovanissimo quindi, foto di feste, aperitivi e contenuti spesso compromettenti. Inizialmente viene deciso da Zuckerberg e Parker di non introdurre pubblicità nel loro Social, almeno per il momento. È come se fossimo sbattuti in un mega party, dove tutti sono felici, e nessuno vuole staccare la musica. Viene indicato sul proprio profilo, non a caso, la situazione sentimentale e il genere preferito, da ogni utente, che sono le informazioni più importanti per un universitario in cerca di socializzazione e svago. L’anno successivo viene introdotto il “mi piace”, con l’intento di dare la possibilità agli stessi utenti di valutare il gradimento di ogni singolo post. Si tratta del solito trucco, chiedo agli iscritti di dirmi ciò che gli piace, mascherando il sondaggio commerciale con un segno di apprezzamento. A distanza di due anni partirà la monetizzazione. Insomma, se vuoi entrare alla festa, paga.

Il boom.
Viene così introdotto un software chiamato “Galaxy Brain” che analizza quanto tempo stiamo su ogni contenuto e, di fatto, cerca di farci apparire in modo prioritario quei contenuti su cui ci soffermiamo maggiormente. Questo per il semplice motivo di incrementare il tempo effettivo che passiamo sul sito. Se ci piacciono gli animali, in quanto mandiamo feedbacks (mi piace, commenti e condivisioni) su post con quel tema (a breve saremo noi a dare questa informazione commerciale con gli #hashtag), allora appena apriremo FB ci appariranno post che parlano di animali, semplice. In questo modo è meno probabile che rimbalzeremo fuori dal sito (bounche-rate in gergo). In cambio di una mera illusione diamo quotidianamente un’infinità di informazioni su quello che vogliamo vedere; infatti oggi i contenuti sono talmente piatti e insignificanti, impersonali e totalmente guidati da mode del momento, influencers e mass media, da risultare noiosi. La festa si è spostata in un centro commerciale, cari miei, e dei Mojito di un tempo abbiamo solo un tiepido ricordo: ora spingiamo un carrello pieno di cose inutili con lo sguardo perso nel vuoto.

Magie commerciali.
Il browser tramite i cookie salva continuamente quello che facciamo su Internet; se so che ti piace viaggiare, ti metto in bacheca ogni 10 contenuti 5 foto di viaggi di amici, 3 di altro con molti like, e 2 di post pubblicitari di agenzie di viaggio. Quello che non mi conviene (a me Facebook) mostrare non lo mostro, stop. Come è evidenziato dalle condizioni di contratto dei servizi gratuiti più comuni che sottoscriviamo, come Google e Gmail, le ricerche che facciamo e anche le nostre email personali sono continuamente lette in cerca di parole focali in chiave marketing; se ricevo una mail da un amico che mi chiede se questo fine settimana vogliamo andare a sciare, ci sono buone probabilità che appena aprirò FB mi apparirà un contenuto sponsorizzato per acquistare un nuovo paio di sci. Ergo possiamo decidere noi se essere padroni delle nostre idee, oppure farci guidare come marionette dai fili di una presunta notorietà.

Ritorno alla realtà. The hangover.
Di fatto, solo la perseveranza e le competenze specifiche possono dare una mano a chi cerca di districarsi in questo calderone che, se preso nel modo giusto, può dare alcune soddisfazioni, effimere o semplicemente economiche è vero, ma comunque interessanti. Molte aziende o professionisti utilizzano Facebook Ads, l’interfaccia per sponsorizzare un contenuto su FB, in modo improvvisato, buttando soldi e tempo su uno strumento che può essere usato consapevolmente da un professionista. Oltretutto senza avere un proprio sito web, in quanto questo costa 1000 Euro, se va bene, mentre creare una pagina su Facebook è gratis. Secondo voi perché? Svegliamoci da questa illusione, niente è gratis a questo mondo e senza un contenuto/prodotto di qualità, perseveranza e competenze digitali, non si va da nessuna parte. A tal proposito, è un conto essere proprietari dei contenuti che si creano, un altro è regalarli in giro per la rete. A quel punto meglio tornare a bere i Mojito, almeno ci si diverte.

Conclusioni.
Insomma, approcciamo questi strumenti anche per svagarci, ma consapevoli del posto in cui ci troviamo. Se sto al centro commerciale presumo non mi metta a ballare nudo sui tavoli, il problema non è il ballare sui tavoli in sé intendimoci, ma il contesto più o meno adatto in cui lo faccio. Che poi, se continua così, finirò a ballare sul tavolo di casa…

Anche per oggi è tutto. Se vi è piaciuto l’articolo e vi ha dato qualche spunto di riflessione, come spero, condividetelo. Visto che ci siete lasciate un commento qui sotto sul vostro punto di vista a riguardo, è gratis ;-), e alla prossima!